Il vampiro di Tim Burton

Ultima opera di Tim Burton il film parte dell'anno 1752, quando Joshua e Naomi Collins, con il giovane figlio Barnabas, per sfuggire alla misteriosa maledizione che affliggeva la loro famiglia, salparono da Liverpool, in Inghilterra, per iniziare una nuova vita in America.

Tutto sembra andare per il verso giusto, Barnabas ha il mondo ai suoi piedi, è ricco, potente e ha un’incredibile passione per le donne... finché non fa il grave errore di spezzare il cuore di Angelique Bouchard. Una strega che lo condanna ad un destino peggiore della morte: lo trasforma in un vampiro, e poi lo seppellisce vivo.

Due secoli dopo, Barnabas viene fortuitamente liberato dalla sua tomba ed emerge nel mondo, molto cambiato, del 1972.

Dark Shadow”, tratto dall’omonima serie andata in onda dal 1966 al 1971, e di cui erano molto fans Tim Burton e Johnny Depp, vive di ombre e luci.

Di sicuro da annotare sono le riprese coadiuvate da una magistrale fotografia.

La scena in cui Barnabas è trasformato in un vampiro, può essere considerato un omaggio al vecchio cinema horror di stampo espressionista.

Il taglio dell’inquadratura, la recitazione molto enfatizzata e il trucco di Johnny Deep rievocano moltissimo il “Nosferatu” di Murnau.

Vera e propria gemma che il regista californiano regala ai fan del genere.

 

L’ennesima favola nera di Tim Burton appare molto divertente grazie anche alla bravura degli attori e alla perfezione delle scenografie che ricalcano il suo stile inconfondibilmente gotico-pop, ma anche e soprattutto alla ripresa di temi classici nel cinema, qui amplificati ed estremizzati, come la scena di sesso tra Barnabas e Angelique in cui tutto è distrutto e devastato a causa dell’enorme passione tra una strega e un vampiro.

Ma il tutto sfocia nel demenziale. Anche l’uso delle musiche non convince, in quanto sottolineano troppo la scena che accompagnano diventando troppo “didascaliche”.

Il film che incassa fior di milioni (in Italia attualmente primo al botteghino) però da la sensazione del già visto, la poetica di Burton come già nel precedente e deludente “Alice nel paese delle meraviglie” risulta ormai datata e spesso scontata nella sceneggiatura che trova nei finali ampie schiarite di romanticismo.

 

Il sito ufficiale

 

Carlo Barberio

 

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